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Giovanni Lodetti, l’uomo che diventò Ceramica

Giovanni Lodetti è stato molte cose: campione d’Europa, simbolo del grande Milan, operaio del centrocampo. Ma per alcuni anni, lontano dagli stadi e dai riflettori, è stato soprattutto “Ceramica”. Un nome inventato, preso in prestito da una scritta su una giacca, dietro cui si è nascosto per tornare a giocare per il puro piacere di farlo.

Il ragazzo della Bassa

Caselle Lurani, nella pianura lombarda a sud-est di Milano, era poco più di un gruppo di case attorno a una chiesa quando, il 10 agosto 1942, nacque Giovanni Lodetti. Il padre Angelo faceva il falegname; il figlio, a quattordici anni, lavorava già in officina come meccanico. Il calcio era l’unica evasione, giocato sul campo dell’oratorio, tra polvere e campanile.

Fu lì che un osservatore lo notò. A trattare il passaggio al Milan non fu un dirigente, ma il parroco del paese. Nel 1957, per 100.000 lire, Lodetti entrò nel settore giovanile rossonero. Anni dopo avrebbe detto che quello era stato “il treno che passa una sola volta nella vita”.

Nel cuore del grande Milan

Nel 1961, a diciannove anni, Lodetti arrivò in prima squadra. All’inizio fu una presenza marginale, poi l’occasione: un infortunio a Dino Sani e la decisione di Nereo Rocco, comunicata senza fronzoli. Lodetti giocò, convinse e non uscì più dall’undici.

Seguì un decennio irripetibile. Scudetti, Coppe dei Campioni, Coppa delle Coppe, Intercontinentale. In quel Milan ricco di talento, Lodetti era il lavoro oscuro: copriva, rincorreva, proteggeva Gianni Rivera. Gianni Brera lo definì lo “scudiero” del Golden Boy. Liedholm lo soprannominò “Bikila”, come il maratoneta etiope.

In un derby segnò due gol all’Inter, uno persino di sinistro. Liedholm lo elogiò con ironia. Il giorno dopo, però, i titoli erano ancora per Rivera. Era il destino di Lodetti: essenziale, raramente celebrato.

L’estate che cambiò tutto

Nel 1970, in poche settimane, la sua carriera si incrinò. Prima la Nazionale: convocato per il Mondiale in Messico, fu escluso all’ultimo momento per fare spazio a due attaccanti. Nonostante fosse tra i più adatti all’altura, dovette tornare a casa. Rifiutò persino l’offerta di una vacanza premio.

Poi il Milan. Durante le ferie ricevette una telefonata dalla segreteria: era stato ceduto alla Sampdoria. Tredici anni in rossonero, nove da titolare, chiusi con una comunicazione impersonale. Lodetti non nascose l’amarezza e imputò a Rivera, capitano e dirigente informale, di non averlo difeso. Da lì nacque una frattura mai sanata.

Gli ultimi campi e una porta chiusa

A Genova divenne subito capitano della Sampdoria, poi passò a Foggia e infine a Novara. Nel 1978, a trentasei anni, smise di giocare. Provò a restare nel calcio come allenatore delle giovanili e chiese aiuto a Rivera, ormai vicepresidente del Milan. La risposta fu negativa. Quando scoprì che il club aveva già scelto un altro tecnico, chiuse definitivamente con il mondo professionistico.

La nascita di Ceramica

All’inizio degli anni Ottanta, durante una corsa nel Parco Trenno, vide un gruppo di ragazzi giocare. Una squadra era in dieci e stava perdendo. Chiese di unirsi a loro. All’inizio lo guardarono con diffidenza, poi accettarono.

La partita finì in rimonta. Lodetti segnò e fece assist. I ragazzi gli chiesero come si chiamasse. Guardò la giacca che indossava, con il nome di un’azienda stampato sopra. “Ceramica”, rispose. Il nome rimase.

Per due anni tornò ogni sabato. Nessuno sapeva chi fosse davvero. Urlavano “Passa Ceramica!” senza immaginare di avere accanto un campione d’Europa. Quando un passante lo riconobbe, la verità emerse. Lodetti continuò comunque a giocare, ormai a volto scoperto, fino a sessantacinque anni.

Un addio silenzioso

Giovanni Lodetti è morto il 22 settembre 2023 a Milano, a ottantuno anni. Il funerale si è svolto a Caselle Lurani, dove tutto era iniziato. Le istituzioni calcistiche lo hanno ricordato per i suoi successi e la sua generosità.

Ma forse il ritratto più vero resta quello lasciato da un commento anonimo: “Per lui giocare a calcio era come respirare, mangiare e bere. Era vita. Ciao Ceramica”.

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