L’Italia senza Europa: anatomia di un anno orribile
Bologna e Fiorentina salutano l’Europa, e con loro si spengono le ultime luci italiane in un continente che sembra non riconoscerci più. Non è una sconfitta, è una sentenza.
La notte del 16 aprile: quando si è spento l’ultimo lumino
Erano appena passate le dieci di sera quando Villa Park ha emesso il suo verdetto definitivo. L’Aston Villa ha travolto il Bologna per 4-0 — gol di Watkins al 16′, Buendía al 26′, Rogers al 39′ e Konsa all’89‘ — chiudendo un doppio confronto con un umiliante 7-1 complessivo. Nel frattempo, a Firenze, la Fiorentina vinceva 2-1 contro il Crystal Palace grazie al rigore di Gudmundsson al 30′ e al gol di Ndour al 53′, ma il risultato dell’andata — una débâcle per 3-0 a Londra — rendeva il tutto perfettamente inutile. Passava il turno il Palace, 4-2 sull’aggregato.
In un colpo solo, quella sera di aprile, il calcio italiano ha perso i suoi ultimi due rappresentanti nelle coppe europee. Nessuna squadra italiana in nessuna delle tre semifinali UEFA. Non accadeva dalla stagione 1986/87, quando in panchina delle nazioni europee sedevano altri uomini e in giro per il mondo si parlava ancora di Guerra Fredda. Sono passati 39 anni. Un’eternità.
Una stagione europea da dimenticare: il film del disastro
Per capire la portata del fallimento bisogna tornare all’inizio, all’autunno del 2025. Il Napoli — campione d’Italia in carica — ha vissuto una prima fase di Champions League da incubo, chiudendo trentesimo su trentasei squadre e uscendo subito. Una figuraccia senza precedenti per un club che aveva vinto lo scudetto solo pochi mesi prima.
Poi è arrivato febbraio, con la notte che nessun tifoso nerazzurro dimenticherà facilmente. L’Inter — finalista di Champions nel 2023 — è stata eliminata ai playoff dal Bodø/Glimt, club norvegese della Lapponia, con uno 0-2 a San Siro dopo aver perso 3-1 in Norvegia: un aggregato di 5-2 che non lasciava spazio a interpretazioni. Nello stesso turno, la Juventus veniva eliminata dal Galatasaray ai supplementari, dopo essere rimontata sul 3-2 con una prestazione di cuore che però non bastava. L’Atalanta, unica ancora italiana in Champions, se n’è andata agli ottavi sotto i colpi del Bayern Monaco: 6-1 in casa propria e poi il colpo di grazia a Monaco. Il tabellone finale degli ottavi raccontava tutto in una riga: gol totali nelle partite contro italiane, 22-5.
In Europa League la Roma è arrivata fino agli ottavi, uscendo contro il Bologna in un derby tutto italiano — circostanza curiosa ma poco consolante. Il Bologna stesso, dopo quel passaggio, è poi stato spazzato via dall’Aston Villa. In Conference League, la Fiorentina — che nelle ultime due stagioni aveva raggiunto la finale — si è fermata ai quarti, sconfitta nettamente dal Crystal Palace.
Il verdetto del ranking UEFA è spietato: l’Italia ha chiuso quinta, sorpassata anche dal Portogallo in alcuni momenti della stagione, con soli 19.000 punti guadagnati — la peggiore prestazione dal 2022. L’Inghilterra porta sei squadre alla prossima Champions. L’Italia non avrà nemmeno la quinta.
Le cause strutturali: tre malattie croniche
I risultati di questa stagione non sono caduti dal cielo. Sono il prodotto di anni di inerzia, scelte sbagliate e riforme mancate. Il problema è sistemico e si articola su livelli ben precisi.
1. Il divario economico con la Premier League
I numeri parlano da soli. Nella stagione 2023/24, i club della Premier League hanno registrato ricavi combinati di 8,9 miliardi di euro — più di una volta e mezza rispetto ai 4,9 miliardi della Bundesliga e ai 4,2 miliardi della Liga. La Serie A si è fermata a 3,8 miliardi, poco più del doppio della Ligue 1. Tradotto in termini concreti: i club inglesi possono permettersi giocatori che le italiane non riescono nemmeno ad avvicinare.
Per la stagione 2025/26, il monte ingaggi complessivo della Premier League si attesta a 2,41 miliardi di euro, più del doppio di qualsiasi altra lega europea. L’Inter — il club più pagante della Serie A — corrisponde 136,2 milioni ai propri giocatori. Una cifra che molti club di metà classifica inglese superano con facilità. Nell’estate del 2025, la Serie A è stata l’unica grande lega europea a chiudere la finestra di mercato con un saldo negativo, spendendo 814 milioni e incassandone 761.
2. La questione degli stadi: il freno allo sviluppo
L’Italia è l’unico grande paese calcistico europeo dove la stragrande maggioranza degli impianti è di proprietà comunale, obsoleta e inadeguata. Senza stadi di proprietà non ci sono ricavi da matchday competitivi: il botteghino pesa pochissimo nei bilanci italiani rispetto a quanto avviene in Inghilterra o in Germania. Non a caso, quando UEFA-presidente Ceferin ha parlato di un possibile ritiro degli Europei del 2032, ha citato proprio questo problema, sottolineando che di tutti gli stadi candidati a ospitare le partite, solo l’Allianz Stadium della Juventus soddisfa pienamente i requisiti europei.
Le società calcistiche italiane, osserva un’analisi critica del sistema, non si comportano come vere imprese: non possiedono gli impianti in cui operano, sono vincolate da normative urbanistiche e federali, e subiscono una gestione più politica che imprenditoriale.
3. I vivai: talento sprecato
Il problema più doloroso, forse, è quello dei giovani. Fino all’Under-20, l’Italia produce talenti di altissimo livello: dal 2018, gli azzurrini hanno vinto un Europeo Under-17 e uno Under-19, con tre finali nella prima competizione e due nella seconda. Ma poi qualcosa si inceppa.
Il report ufficiale FIGC del 2025 denuncia chiaramente che questo talento giovanile non trova spazio nel calcio professionistico di alto livello. I giovani italiani vengono parcheggiati in Primavera o mandati in prestito in categorie inferiori senza un percorso strutturato, mentre i loro coetanei spagnoli, francesi e olandesi — spesso battuti nelle nazionali under — decollano perché i loro club investono nel minutaggio.
I dati della FIGC confermano la dimensione del problema: il 67,9% dei minuti in Serie A viene giocato da calciatori non selezionabili per la Nazionale italiana, contro il 39,6% della Spagna e il 48,3% della Francia. Nel calcio che conta, i giovani italiani sono ospiti indesiderati.
4. Un gioco troppo lento: la questione del ritmo
C’è poi un elemento meno visibile ma altrettanto rilevante: la velocità del gioco. Rispetto ai principali campionati europei, la Serie A è ultima per numero di dribbling e aggressività nel pressing. Anche la velocità di circolazione del pallone è significativamente inferiore alla media della Champions League. I club italiani tendono a rallentare la partita nei momenti difficili, a proteggersi invece di attaccare. È una cultura difensiva che paga in Serie A, ma che viene spazzata via dal pressing fisico e dallo spostamento veloce di squadre come il Bodø/Glimt o il Crystal Palace.
Non è un caso che l’eliminazione dell’Inter contro i norvegesi abbia fatto parlare di „superiorità tattica“ dei nordici: il club dell’Artico aveva più controllo del pallone a San Siro, creava più occasioni e sembrava fisicamente più pronto. Una fotografia impietosa.
Il quadro d’insieme: un sistema che ha smesso di funzionare
C’è un dato sintetico che racconta tutto: nelle 78 partite europee disputate dalle squadre italiane in questa stagione, solo 37 sono state vinte (47%), mentre 28 si sono concluse con una sconfitta — una su tre. Non si tratta di sfortuna. Non si tratta di episodi. Si tratta di una tendenza strutturale che ha portato il calcio italiano, quindici mesi dopo la vittoria dell’Atalanta in Europa League, a non avere nemmeno una rappresentante nelle ultime quattro di qualsiasi coppa.
Fuori dai Mondiali per la terza volta consecutiva, zero squadre nelle semifinali europee, ranking UEFA in caduta libera: il calcio italiano si ritrova all’inizio di aprile 2026 a fare i conti con un anno orribile che non è un incidente di percorso ma la diagnosi di un sistema malato. La cura richiede riforme strutturali coraggiose — stadi di proprietà, vivai riformati, più spazio ai giovani, un calcio più veloce e aggressivo — che nessuno ha avuto il coraggio di imporre negli ultimi quindici anni.