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VAR, arbitri e zone d’ombra

La partita tra Inter e Juventus del 14 febbraio 2026 ha prodotto molto più di un risultato sportivo. Il 3:2 maturato a San Siro è diventato in poche ore un caso istituzionale, capace di riportare al centro del dibattito una delle contraddizioni più evidenti del calcio contemporaneo: i limiti strutturali del VAR e il peso che continua a gravare sugli arbitri di campo, anche nell’era della tecnologia.

Al centro della discussione non c’è una decisione di interpretazione, ma un errore riconosciuto come tale da quasi tutte le parti coinvolte. Il secondo cartellino giallo mostrato a Pierre Kalulu al 42° minuto, per un presunto fallo su Alessandro Bastoni che le immagini hanno poi smentito, ha alterato in modo decisivo l’equilibrio della gara. Eppure, proprio per la natura disciplinare dell’episodio, il VAR non ha potuto intervenire.

Il limite delle seconde ammonizioni

Il protocollo attuale è chiaro: il VAR può correggere errori su gol, rigori, cartellini rossi diretti e casi di scambio d’identità. Le seconde ammonizioni ne sono escluse. Una scelta pensata per evitare una revisione continua delle decisioni minori, ma che finisce per creare una gerarchia difficile da spiegare.

Un’espulsione diretta può essere annullata. Un’espulsione derivante da due gialli, anche se frutto di un errore manifesto, no. Il risultato è una discrepanza che mina la percezione di equità. Dal punto di vista dello spettatore, l’effetto è lo stesso: una squadra resta in dieci uomini. Dal punto di vista regolamentare, invece, l’errore diventa intoccabile.

Nel caso di Inter–Juventus, il paradosso si è spinto oltre. Secondo l’interpretazione tecnica emersa nel post-partita, il VAR avrebbe potuto teoricamente richiamare l’arbitro per valutare la simulazione di Bastoni, che avrebbe potuto portare a un secondo giallo per l’interista. Una possibilità astrattamente prevista dal protocollo, ma che rende evidente quanto il sistema sia oggi più coerente sulla carta che nella pratica.

L’arbitro al centro della tempesta

Federico La Penna ha pagato l’errore con una sospensione di alcune settimane. La decisione è stata presentata non solo come una sanzione, ma anche come una forma di tutela. La pressione mediatica e sociale che ha seguito l’episodio è stata immediata e violenta, fino a sfociare in minacce personali che hanno richiesto l’intervento delle autorità.

È un aspetto che raramente entra nel dibattito tecnico, ma che ne rappresenta il lato più fragile. L’arbitro resta il volto umano di un sistema imperfetto, esposto a una responsabilità sproporzionata rispetto agli strumenti a disposizione. La tecnologia, anziché alleggerire questo peso, in alcuni casi lo accentua, perché rende l’errore più visibile senza sempre renderlo correggibile.

Una riforma già sul tavolo

Il caso di San Siro non nasce nel vuoto. Da tempo l’IFAB discute la possibilità di consentire l’intervento del VAR anche in caso di espulsioni derivanti da seconde ammonizioni errate. La votazione formale è prevista per fine febbraio, con un’eventuale entrata in vigore dal luglio successivo.

Inter–Juventus ha semplicemente dato un volto concreto a una discussione che esisteva già. Ha mostrato come un dettaglio regolamentare possa avere conseguenze sportive, istituzionali e umane di grande portata.

Oltre l’episodio

Al di là delle responsabilità individuali, il caso La Penna riporta il VAR alla sua domanda originaria: è uno strumento di supporto o di giustizia? Finché alcune categorie di errore resteranno visibili ma non correggibili, il sistema continuerà a produrre frustrazione.

Non si tratta di affidare tutto alla tecnologia, ma di ridurre quelle zone d’ombra in cui l’arbitro resta solo, esposto, e il regolamento appare scollegato dal senso comune. Il dibattito è aperto. E questa volta, difficilmente potrà essere archiviato come un semplice errore umano.

Categories: Analisi
Luca Salto:
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